Flatten the curve, ovvero come si comunica la scienza

Oggi la comunicazione scientifica passa anche (o soprattutto) attraverso le immagini. Ecco cosa possiamo imparare dalla storia del grafico “Flatten the curve”, diventato famoso in questi giorni-

È da più di una settimana che volevo segnalare questo articolo del Post in cui si racconta la storia di un grafico che, ahimè, abbiamo tutti visto in questi giorni e che prende le mosse da un articolo di Mark Wilson sul sito Fast Company. Il grafico ha preso il nome inglese di “Flatten the curve”.

Quattro versioni dello stesso grafico

Il grafico (Versione 1) appare nel 2007 all’interno di una pubblicazione scientifica del CDC (Centres for Disease Control and Prevention), per spiegare gli effetti di una serie di misure da mettere in atto in caso di un’epidemia. Nel 2017 il grafico viene aggiornato con minime modifiche.

Quando scoppia l’epidemia di COVID-19, il grafico riappare e subisce una serie di trasformazioni. La prima trasformazione (Versione 2) è dovuta a Rosamund Pearce per la pubblicazione di un articolo su The economist del 27 febbraio 2020.

La seconda trasformazione (Versione 3) si deve invece a Drew Harris che ne fa una versione “a mano” e la diffonde via Twitter e LinkedIn il 28 febbraio 2020, quando vede l’articolo dell’Economist.

Infine, il grafico subisce un’ulteriore trasformazione (Versione 4) grazie a Siouxsie Wiles e Toby Morris, che il 9 marzo 2020 trasformano il grafico in una immagine GIF a cartoni animati.

Per apprezzare appieno i due articoli era per me importante vedere affiancate le quattro versioni del grafico. Quindi eccole qui in ordine cronologico.

Un grafico come argomento nel dibattito pubblico

La storia dell’evoluzione di grafico non si coglie pienamente se non teniamo a mente la funzione argomentativa che quest’immagine ha svolto nel dibattito pubblico.

Alla fine di febbraio, per bloccare la diffusione del virus del COVID-19, in Italia sono state imposte diverse misure, sempre più restrittive, a tutti i cittadini, prima di aree circoscritte e poi a livello regionale e nazionale.

Queste misure sembravano (o potevano sembrare) eccessive all’opinione pubblica eccessive, considerato che – secondo l’opinione diversi esperti inizialmente – COVID-19 ha (aveva?) una letalità piuttosto bassa, benché sia molto contagioso. Considerato dal punto di vista individuale, il rischio sembrava quindi, tutto sommato, non elevato.

In realtà, il pericolo maggiore non riguarda il singolo cittadino, ma tutta la società, e in particolare la capacità del sistema sanitario a fronteggiare l’epidemia.

Bisognava trovare il modo di spiegare questo punto.

Chiarire il punto della questione

La spiegazione era già presente nella prima immagine elaborata dal CDC, ma necessitava di un’ulteriore rielaborazione per raggiungere il più ampio pubblico.

Drew Harris già in passato aveva dovuto spiegare quel grafico ai suoi studenti e studentesse e aveva modificato il grafico. Quando ha visto l’immagine dell’Economist, l’ha rielaborata per sottolineare il punto centrale: in caso di epidemia bisogna mettere il sistema sanitario in condizione di poter operare.

Il primo passo, quindi, è stato l’inserimento della barra orizzontale che segna il limite massimo di capacità del sistema sanitario di affrontare un’epidemia.

Una chiamata all’azione

Il secondo intervento è frutto di Wiles e Morris e, a ben vedere, si tratta di una triplice mossa.

Innanzi tutto, Wiles e Morris hanno mostrato la natura alternativa della due situazioni usando la GIF, anziché farle coesistere nella stessa immagine in maniera statica.

La seconda e più importante modifica è stato aggiungere una chiamata all’azione (call to action) rivolta a tutti, rappresentata dal fumetto sotto il grafico. Se non facciamo nulla, l’epidemia travolgerà la capacità di risposta del nostro sistema sanitario. Se invece adottiamo le opportune pratiche (lavarsi le mani, non toccarsi il volto e stare a casa), il sistema sanitario potrà far fronte all’emergenza.

Questa chiamata all’azione è anche richiamata dal titolo del grafico: “Flatten the curve”, un imperativo, anche se privo di punto esclamativo. Devi abbattere, appiattire la curva!

Infine, a trasformato un grafico in un cartone animato, inserendo dei personaggi e adottando uno stile meno freddo.

Per apprezzare queste modifiche è necessario osservare la versione “dinamica” dell’immagine GIF, che vedete qui sotto.

Semplificare il messaggio

Tutte queste osservazioni sono chiaramente esposte nei due articoli cui accennavo all’inizio.

Ma ci sono altri c’è un altro punto che, secondo me, non è stato messo in evidenza e che merita attenzione. Si tratta del processo di semplificazione che avviene passando dalla letteratura scientifica alla comunicazione verso il pubblico generale.

Il grafico del CDC (Versione 1) mostra tre obiettivi cui mirare per permettere al sistema sanitario di far fronte ad una epidemia:

  1. ritardare l’arrivo del picco massimo dell’epidemia (il picco si sposta verso destra)
  2. abbassare il picco massimo (il piccolo massimo ha una altezza ridotta)
  3. ridurre complessivamente il numero di casi di contagio da trattare (l’area tratteggiata è minore all’area in viola).

Tra parentesi ho evidenziato i tratti del grafico che rappresentano i tre obiettivi della strategia proposta.

Il primo obiettivo (ritardare il picco) passa in secondo piano

L’immagine dell’Economist (Versione 2) rappresenta invece solo i primi due fattori, mentre le versioni di Harris (Versione 3) e di Wiles e Morris (Versione 4) di fatto si concentrano solo sul secondo fattore: arrivare ad abbassare il picco dell’epidemia per renderlo sostenibile da parte del sistema sanitario.

Il primo obiettivo (ritardare il picco) è rappresentato in tutte e quattro le versioni del grafico, ma nelle ultime due non è messo in evidenza. Non abbiamo, per esempio, una barra verticale che sottolinei questo scostamento nel tempo, e sono scomparse le frecce e le didascalie presenti nelle prime due versioni.

Vale la pena notare che, in altre versioni del grafico che girano sul web, il primo fattore è completamente assente, come nell’immagine qui sotto: qui la curva è solo abbassata e non si è estesa nel tempo.

Immagine tratta da BioSpace

Il terzo obiettivo (ridurre i casi) scompare del tutto

Torniamo però al terzo obiettivo indicato da CDC: il numero totale dei casi di contagio e di malattia. Questo terzo obiettivo scompare completamente nelle altre immagini. Si vede ad occhio nudo che solo nell’immagine del CDC le due curve sottendono aree di diversa estensione. Nelle altre tre immagini le due aree sono – a occhio nudo – paragonabili per estensione.

Perché?

L’articolo dell’Economist che ospita l’immagine si intitola “Covid-19 is now in 50 countries, and things will get worse” (grassetto mio). Nonostante il titolo e il tono generale, l’articolo riconosce che uno dei benefici di abbattere la curva è che “the total number of infections throughout the course of the epidemic can be lower“.

Nel diffondere la sua immagine, Harris scrive “epidemic control measures may only delay cases, not prevent” (grassetto mio). Sembra quasi sostenere cheil terzo obiettivo sia non realizzabile. Ma un tweet non fa letteratura scientifica, quindi non darei troppo peso sul reale significato di “not prevent”.

Mentre Harris conosceva sia l’immagine originaria del CDC che l’immagine dell’Economist, non sappiamo se Wiles e Morris conoscessero la fonte del loro grafico. Certamente nel loro post Wiles e Morris non fanno alcuna menzione di questo terzo obiettivo del CDC.

Qualunque sia la ragione (sfiducia nell’obiettivo o volontà di semplificare), speriamo tutti che il CDC abbia ragione: ci auguriamo che alla fine di questa pandemia il numero di ammalati e di vittime sia minore di quello che avremmo avuto senza adottare le misure di isolamento sociale.

Tre mosse per fare comunicazione scientifica

Riassumendo. Nel passare dalla comunicazione in ambito scientifico alla comunicazione verso un pubblico più ampio è stato necessario:

  • semplificare il messaggio, rinunciando ad un’analisi complessa (passare da tre a un obiettivo), anche al limite di “falsificare” il contenuto scientifico (diversa dimensione delle aree);
  • focalizzare l’attenzione sul punto centrale (inserendo la barra orizzontale) in funzione dell’argomentazione che si voleva proporre;
  • coinvolgere i destinatari: qui è stato fatto usando una grafica da cartone animato con personaggi da fumetto, drammatizzando le due alternative – ossia trasformandole in due storie, e chiamandoci tutti all’azione.

Tre mosse che vale la pensa ricordare per quando dobbiamo fare buona comunicazione scientifica per un pubblico più ampio.